Nel dicembre 2010, il gesto disperato di Mohamed Bouazizi, un giovane venditore ambulante che si diede fuoco per protestare contro le vessazioni della polizia, innescò la cosiddetta “Rivoluzione dei Gelsomini”. Questa ondata di proteste non solo portò alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali nel gennaio 2011, ma accese la scintilla della Primavera Araba in tutto il mondo arabo. Per oltre un decennio, la Tunisia è stata celebrata come l’unico successo democratico emerso da queste rivolte, un’eccezione luminosa in una regione dove altri paesi sono precipitati in guerre civili o sono tornati all’autoritarismo.
Oggi, a distanza di quattordici anni da quegli eventi storici, è necessario chiedersi: lo scopo della Primavera Araba è stato raggiunto? C’è stato un miglioramento reale per i tunisini? E come sta l’economia del paese?
Il “modello tunisino”: ascesa e caduta
Gli anni dell’eccezione democratica
Tra il 2011 e il 2021, la Tunisia ha rappresentato un caso unico nella regione del Nord Africa e del Medio Oriente. Il paese si è distinto per:
- Una transizione democratica pacifica: Le elezioni per l’Assemblea Costituente nell’ottobre 2011 videro una partecipazione di circa il 90% degli elettori registrati, con un processo trasparente e legittimo accolto come un successo dalla comunità internazionale.
- Una nuova Costituzione: Nel gennaio 2014, dopo tre anni di negoziati, fu ratificata una Costituzione che garantiva libertà fondamentali, pur mantenendo l’Islam come religione di Stato ma senza imporre la sharia come base del sistema legislativo.
- Una società civile attiva: La Tunisia si distinse per partiti politici pronti ad accettare la sconfitta elettorale e per un dibattito pubblico vivace, caratteristiche rare nella regione.
- Riconoscimenti internazionali: Nel 2015, il Quartetto per il dialogo nazionale tunisino ricevette il Premio Nobel per la Pace per il suo ruolo nel facilitare la transizione democratica.
La svolta autoritaria del 25 luglio 2021
Tuttavia, questo periodo sembra essersi concluso il 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed sospese il Parlamento e assunse i pieni poteri. Eletto nel 2019 con una proposta populista e di rottura rispetto ai partiti tradizionali, Saïed capitalizzò il malcontento popolare verso una classe politica percepita come corrotta e incompetente.
La sua mossa iniziale trovò supporto in una popolazione esasperata dall’incapacità del Parlamento di risolvere la crisi economica. Anche il partito islamico moderato Ennahdha, che aveva accettato di lasciare il governo dopo una sconfitta elettorale, non era riuscito a gestire l’economia del paese.
La delusione della popolazione è evidente: nelle ultime elezioni legislative si è recato alle urne solo il 10% della popolazione, un dato che testimonia il profondo disinteresso verso la politica.
La situazione economica: promesse non mantenute
I numeri della crisi
Dal punto di vista della lotta alla corruzione, alle disuguaglianze e alla disoccupazione giovanile non si registrano vincitori, ma solo vinti. La situazione economica tunisina rimane drammaticamente precaria:
Crescita economica stagnante:
- Nel 2024, la crescita del PIL si attesta all’1,6%, il livello più debole tra tutti i paesi nordafricani, ben lontano dai ritmi necessari per creare occupazione e ridurre la povertà .
- Nel 2022 il PIL era cresciuto del 2,4%, nel 2021 del 4,4%, mentre nel primo semestre del 2023 solo dell’1,2%.
Debito pubblico insostenibile:
- Il debito pubblico è passato dal 40,7% del PIL nel 2010 al 79,8% nel 2022.
- Nel 2022 il debito estero raggiunse circa il 90% del PIL, spingendo le agenzie di rating a declassare il paese e bloccando l’accesso ai prestiti internazionali.
Disoccupazione e povertà :
- Il Fondo Monetario Internazionale prevede che il tasso di disoccupazione raggiungerà un livello elevato del 16,4% nel 2024.
- I sussidi per i generi alimentari e gli interessi sul debito rappresentano circa due terzi della spesa pubblica.
Economia informale:
- Secondo il presidente dell’Alto Comitato per il controllo amministrativo e finanziario, il settore informale rappresenta il 40% del PIL nazionale e occupa metà della forza lavoro tunisina nel settore privato.
Lo stallo con il Fondo Monetario Internazionale
Un accordo tra il governo tunisino e il Fondo Monetario Internazionale per la concessione di un prestito di 1,9 miliardi di dollari è in fase di stallo. Il presidente Saïed ha rifiutato di accettare le riforme richieste dal FMI, che includono la riduzione dei sussidi statali e della massa salariale dei dipendenti pubblici.
Il governo farà nuovamente affidamento alla Banca centrale tunisina per finanziare il deficit, mantenendo il debito pubblico pari all’80% del PIL e mettendo sotto pressione le riserve di valuta estera.
La deriva razzista: una novità inquietante
Le dichiarazioni di Saïed e la teoria del complotto
Uno degli aspetti più preoccupanti della deriva autoritaria tunisina è l’utilizzo strumentale del razzismo contro i migranti subsahariani. Nel febbraio 2023, il presidente Saïed pronunciò un discorso che segnò una svolta inquietante:
Saïed accusò “orde di immigrati illegali di portare in Tunisia violenza, crimine e altre pratiche inaccettabili” e sostenne che l’immigrazione facesse parte di un “complotto” volto a modificare la demografia della Tunisia per renderla un paese unicamente africano, allontanandola dalla sua identità arabo-musulmana.
Secondo un sondaggio del 2022 commissionato da BBC News Arabic, l’80% dei tunisini ritiene che la discriminazione razziale sia un problema nel proprio paese, il dato più alto nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa.
Le conseguenze sul campo
Le dichiarazioni presidenziali hanno avuto conseguenze drammatiche:
- A partire dal febbraio 2023, persone rifugiate e migranti dell’Africa subsahariana sono state prese di mira in un contesto di profilazione razziale sistemica e violenza alimentata dalla propaganda d’odio razziale.
- Tra giugno 2023 e maggio 2025 sono state effettuate almeno 70 espulsioni collettive che hanno riguardato oltre 11.500 persone, con abbandoni sistematici in aree remote e desertiche ai confini con Libia e Algeria.
- Dopo la prima ondata di espulsioni tra giugno e luglio 2023, almeno 28 persone migranti furono trovate morte lungo il confine libico-tunisino e 80 risultano disperse.
- Nel giugno 2024 le autorità tunisine hanno posto fine al ruolo dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati nella gestione delle domande d’asilo, cancellando l’unica possibilità di chiedere protezione nel paese.
Reazioni internazionali
L’Unione Africana ha condannato duramente le dichiarazioni di Saïed. Tra i complimenti ricevuti dal presidente tunisino vi furono quelli dell’ultranazionalista francese Éric Zemmour, figura dell’estrema destra che promuove teorie simili sulla “grande sostituzione”.
Paradossalmente, mentre le istituzioni europee hanno espresso preoccupazione, l’Unione europea ha continuato a cooperare con la Tunisia nel controllo dei flussi migratori senza garanzie efficaci in materia di diritti umani, rischiando di rendersi complice di gravi violazioni.
Un confronto con il passato
Peggio di Ben Ali?
Il regime attuale viene giudicato in alcuni aspetti peggiore di quello di Ben Ali:
- Assenza di crescita economica: Mentre sotto Ben Ali l’economia cresceva (seppur iniquamente distribuita), oggi la Tunisia è in stagnazione cronica.
- Istituzionalizzazione del razzismo: Il razzismo di Stato contro i migranti subsahariani rappresenta una novità , prima assente a livelli così alti dello Stato.
È inoltre paradossale che un paese i cui cittadini subiscono spesso il razzismo in Europa occidentale lo applichi ora contro altri africani.
L’apatia politica
La rielezione di Kaïs Saïed nell’ottobre 2024 ha visto una percentuale record del 90,7%, ma solo circa 2,8 milioni di tunisini sono andati alle urne. La narrativa vincente del presidente si basa sull’idea che il periodo tra il 2011 e il 2021 sia stato un “decennio nero” di corruzione e inefficienza.
Conclusioni: lo scopo è stato raggiunto?
Alla domanda se lo scopo della Primavera Araba sia stato raggiunto, la risposta è complessa e in larga parte negativa:
Gli obiettivi mancati
- Democrazia consolidata: La Tunisia è tornata a un sistema autoritario, con concentrazione del potere nelle mani del presidente e repressione del dissenso.
- Giustizia sociale ed economica: La corruzione, la disoccupazione e le disuguaglianze che motivarono la rivolta del 2010-2011 persistono, in alcuni casi aggravate.
- Dignità e diritti umani: La campagna razzista contro i migranti subsahariani rappresenta una violazione dei principi fondamentali che animarono la rivoluzione.
Alcuni progressi parziali
- La società civile tunisina, sebbene sotto pressione, rimane più forte e consapevole rispetto all’era pre-rivoluzionaria.
- Le libertà di espressione e associazione, pur ridotte, non sono completamente soppresse come sotto Ben Ali.
- La memoria della rivoluzione e l’esperienza democratica vissuta tra il 2011 e il 2021 potrebbero costituire una base per future mobilitazioni.
La speranza nel futuro
Nonostante il quadro cupo, resta la speranza che la società civile tunisina, che ha dimostrato storicamente grande maturità e senso di responsabilità , possa trovare la forza per un nuovo sussulto democratico. La democrazia tunisina può essere paragonata a una casa costruita con cura dopo una tempesta, dove però le fondamenta economiche non sono mai state consolidate. Quando il tetto ha iniziato a cedere sotto il peso della povertà , gli abitanti hanno affidato le chiavi a un unico amministratore sperando in riparazioni rapide, solo per scoprire che quest’ultimo, invece di riparare i danni, sta cercando di puntellare le pareti alimentando l’odio tra gli inquilini.
La Tunisia rimane un monito sulla fragilità delle transizioni democratiche quando non sono accompagnate da riforme economiche sostanziali e da una lotta seria alla corruzione. Il “modello tunisino” non è definitivamente fallito, ma è certamente in crisi profonda. La sfida per i tunisini è riaccendere lo spirito del 2011, ma con una maggiore consapevolezza che la democrazia richiede non solo libertà politiche, ma anche giustizia economica e sociale, e il rifiuto di ogni forma di discriminazione e odio.
Fonti: Questa analisi si basa su ricerche accademiche, rapporti di organismi internazionali (FMI, Banca Mondiale, Amnesty International, Unione Africana) e articoli giornalistici pubblicati tra il 2023 e il 2025.