Le parole del presidente libanese Joseph Aoun risuonano come monito urgente: in un Medio Oriente lacerato da conflitti settari, la retorica dell'odio conduce verso un suicidio collettivo che non risparmierà nessuno
Joseph Aoun non è un politico tradizionale. La sua carriera militare, iniziata nel 1983 in piena guerra civile libanese, lo ha forgiato nella complessità di un paese dove l'identità nazionale è sempre stata in tensione con le appartenenze confessionali. Comandante in capo delle Forze Armate dal 2017, Aoun ha mantenuto coeso l'esercito libanese attraverso la crisi economica devastante del 2019, le proteste popolari, e l'invasione israeliana del 2024.
La sua elezione alla presidenza, avvenuta con 99 voti su 128 al secondo scrutinio, è stata un evento straordinario in un parlamento libanese tradizionalmente paralizzato da divisioni settarie. Cristiano maronita, come prevede il complesso sistema confessionale libanese, Aoun ha ottenuto il sostegno non solo delle forze politiche cristiane, ma anche di Hezbollah e del partito sciita Amal, segnando un momento raro di convergenza trasversale.
Il Libano è governato secondo un sistema settario che garantisce cariche specifiche ai rappresentanti di ciascuna confessione religiosa: il presidente deve essere sempre un cattolico maronita, il primo ministro sempre un musulmano sunnita, il presidente del parlamento sempre un musulmano sciita. Questo meccanismo, nato per garantire rappresentanza a tutte le comunità, si è trasformato nel tempo in fonte di paralisi politica e corruzione sistemica.
Nel suo discorso inaugurale del 9 gennaio 2025, Aoun ha promesso di combattere le mafie, il traffico di droga, l'interferenza nel sistema giudiziario, la corruzione, la povertà e il settarismo. Ma è stata la sua posizione sul fanatismo religioso e l'unità nazionale a segnare una svolta rispetto alla retorica politica tradizionale del Libano.
Queste parole, pronunciate dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi nel marzo 2026, in riferimento alle conseguenze del conflitto in Medio Oriente, risuonano come un'eco delle preoccupazioni espresse da Aoun. La guerra non riconosce privilegi: le sue conseguenze devastanti colpiscono indiscriminatamente cristiani e musulmani, sunniti e sciiti, ricchi e poveri.
Il Libano stesso è testimone vivente di questa verità. Le conseguenze della guerra comprendono centinaia di edifici rasi al suolo, terreni agricoli e attività produttive distrutti, danni calcolati in 8,5 miliardi di dollari e il PIL crollato del 6,6% in un anno. La popolazione libanese, già prostrata da una crisi economica senza precedenti, ha visto le proprie condizioni di vita precipitare ulteriormente.
Ma il presidente Aoun va oltre la mera descrizione delle conseguenze materiali. Il suo appello tocca la dimensione esistenziale della crisi: il fanatismo religioso non distrugge solo edifici e infrastrutture, ma il tessuto stesso della convivenza che ha reso il Libano unico nel panorama mediorientale.
Nel suo intervento all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2025, Aoun ha difeso con passione quello che ha definito "modello unico di convivenza" del Libano. Davanti ai rappresentanti delle nazioni del mondo, il presidente libanese ha delineato una visione che va ben oltre i confini del suo piccolo paese.
Denunciando le fratture globali tra un Occidente "ossessionato dall'islamofobia e dalla paura dell'altro" e un Oriente "tormentato dal ricordo coloniale", il presidente ha presentato il Libano come un modello unico di convivenza religiosa tra musulmani e cristiani. Un modello fragile, certo, ma prezioso proprio per la sua rarità.
Vi è un "dovere umano" di preservare il Paese, ha proseguito il capo dello Stato. Perché se questo modello di convivenza tra due comunità - diverse sul piano religioso, ma in tutto uguali nella sostanza - crolla, "nessun altro luogo sulla terra potrà riprodurre questa esperienza". L'unicità del Libano non è solo geografica o culturale: è antropologica, un esperimento di coesistenza che non può essere facilmente replicato altrove.
Aoun ha avvertito che "molte delle guerre nascoste contro il Libano" hanno "obiettivi malevoli" e mirano proprio a "colpire questo modello". Non si tratta solo di conflitti territoriali o economici: c'è una dimensione ideologica nella distruzione del Libano, un attacco all'idea stessa che musulmani e cristiani possano vivere insieme come uguali.
Il riferimento implicito è chiaro: in una regione dove gli Stati tendono sempre più a definirsi su base confessionale o etnica - da Israele, fondato sull'ebraismo, ai vari progetti di Stati islamici - il Libano multireligioso rappresenta un'alternativa inquietante per chi propugna la purezza identitaria.
Sebbene Aoun non abbia usato esplicitamente la formula "occhio per occhio", la sua denuncia della spirale di vendetta che sta consumando il Medio Oriente è inequivocabile. La regione è intrappolata in una logica di rappresaglia infinita, dove ogni attacco genera un contrattacco, ogni vittima chiede giustizia attraverso nuove vittime, ogni umiliazione deve essere lavata con altra umiliazione.
Questa dinamica non è solo politica: è profondamente radicata nelle narrazioni religiose e identitarie che alimentano i conflitti. La retorica della vendetta divina, del martirio glorioso, della lotta escatologica tra bene e male pervade i discorsi di leader politici e religiosi su entrambi i fronti di ogni conflitto nella regione.
Israele ha commesso a Gaza atti di genocidio con un bilancio di vittime civili catastrofico. Israele ha anche intensificato il suo conflitto armato con Hezbollah in Libano. Per la prima volta, Iran e Israele hanno lanciato apertamente attacchi diretti sui rispettivi territori. Ogni escalation viene giustificata come risposta legittima a un'aggressione precedente, in una catena di causalità che si perde nella nebbia della storia e del mito.
Il risultato è quello che potrebbe davvero essere definito un "suicidio collettivo": una regione che distrugge se stessa nel nome di principi che dovrebbero essere sacri. Mentre milioni di persone in tutto il mondo protestavano contro le azioni di Israele a Gaza, per tutto il 2024 i governi del mondo, individualmente o multilateralmente, si sono dimostrati continuamente incapaci di intraprendere azioni significative per porre fine alle atrocità.
La paralisi della comunità internazionale di fronte a questa spirale autodistruttiva è essa stessa sintomo di un problema più profondo: la crisi del sistema multilaterale, l'erosione delle norme internazionali, il ritorno a una logica di potenza che privilegia la forza sulla giustizia.
Aoun non si limita a denunciare le conseguenze immediate della violenza settaria: il suo discorso implica un giudizio storico. Il fanatismo religioso rappresenta un fallimento - il fallimento di generazioni di leader che hanno scelto la via facile della mobilitazione identitaria invece del difficile lavoro della costruzione nazionale.
Questa prospettiva trova eco nelle parole di studiosi e leader religiosi che da anni denunciano la strumentalizzazione politica della fede. Come ha osservato l'imam di Nimes Hocine Drouiche in un intervento al Parlamento Europeo, "la pratica dell'islam contemporaneo è molto più vicina al settarismo, piuttosto che a una religione universale e aperta".
La colpa dello sfacelo, ha sottolineato, è di "un islam interpretato alla lettera, chiuso in se stesso, che divide il mondo in bianco e nero, musulmani e miscredenti, fedeli e infedeli, amici di Dio e nemici di Dio. La nascita del fanatismo in un simile contesto è inevitabile".
Studi accademici identificano il fanatismo come "un sentimento religioso o non religioso caratterizzato da rigide intolleranze nei confronti di tutti coloro che non si riconoscono o non condividono il credo trasmesso". Le sue radici sono da ricercare sia nelle caratteristiche di personalità individuali - frustrazione, incapacità di assumere responsabilità, desiderio di obbedire a un leader - sia in dinamiche collettive di identità e appartenenza.
Ma questa analisi non è limitata all'islam. La storia cristiana è costellata di guerre di religione, inquisizioni, crociate che hanno insanguinato l'Europa per secoli. L'ebraismo ha le sue correnti ultra-ortodosse che propugnano l'esclusivismo etnico-religioso. Ogni grande tradizione religiosa ha dovuto confrontarsi con la tentazione del fanatismo.
Il "fallimento storico" di cui parla implicitamente Aoun è il fallimento collettivo di tutte le comunità religiose del Medio Oriente nel trovare una via di convivenza pacifica. È il fallimento dei leader politici che hanno cavalcato le divisioni settarie per il proprio tornaconto. È il fallimento della comunità internazionale nel prevenire tragedie annunciate.
L'appello di Aoun per un'unità nazionale che trascenda razza e religione non è solo rivolto al popolo libanese: è un messaggio universale per tutti i paesi afflitti da divisioni settarie o etniche. Dall'Iraq alla Siria, dallo Yemen alla Nigeria, dal Myanmar alla Bosnia, la logica del fanatismo identitario ha prodotto gli stessi risultati catastrofici.
La lezione del Libano - con tutti i suoi limiti e contraddizioni - è che la convivenza è possibile, ma richiede un impegno costante e deliberato. Richiede leader che abbiano il coraggio di sfidare i discorsi divisivi, anche quando questi sembrano politicamente convenienti. Richiede istituzioni che proteggano tutti i cittadini indipendentemente dalla loro identità religiosa o etnica.
Soprattutto, richiede il riconoscimento che in un'epoca di conflitti globali interconnessi, nessuna comunità può prosperare mentre i suoi vicini soffrono. Come ha avvertito il ministro iraniano, "l'ondata di ripercussioni globali è appena iniziata e colpirà tutti, indipendentemente dalla ricchezza, dalla religione o dalla razza".
L'elezione stessa di Aoun, con il suo ampio consenso trasversale, dimostra che quando la pressione esterna e la crisi interna raggiungono un punto critico, anche le forze politiche apparentemente inconciliabili possono trovare un terreno comune. La sfida è trasformare questa convergenza contingente in un progetto duraturo di riforma e riconciliazione.
Ma le parole, per quanto nobili, devono essere tradotte in azioni concrete. Aoun si trova di fronte a sfide titaniche: ricostruire un paese con default dello Stato che si è autodichiarato insolvente fin dal 2019, con turismo scomparso, sanità distrutta, lavoro che non c'è o è sottopagato.
La nomina di un primo ministro capace di formare un governo stabile, l'implementazione di riforme economiche credibili, la lotta alla corruzione sistemica, il bilanciamento tra le pressioni internazionali contrastanti - tutte queste questioni richiedono non solo competenza tecnica, ma anche una visione politica che possa ispirare fiducia in una popolazione stremata.
E poi c'è la questione più delicata di tutte: il disarmo di Hezbollah. Aoun ha parlato della necessità di "imporre il monopolio delle armi" a scapito di gruppi armati non statuali, ma ha anche riconosciuto che forzare un disarmo immediato potrebbe innescare "una nuova guerra civile".
Il movimento sciita libanese filo-iraniano rappresenta un nodo cruciale per il futuro del Libano. Da un lato, è una forza politica legittima con significativa rappresentanza parlamentare. Dall'altro, è un'organizzazione armata che opera al di fuori del controllo dello Stato. La risoluzione 1701 delle Nazioni Unite prevede in particolare lo smantellamento di tutte le milizie combattenti libanesi e quindi la scomparsa di Hezbollah come forza armata, ma l'implementazione di questa disposizione rimane una delle questioni più spinose della politica libanese.
Navigare tra queste pressioni contrapposte - internazionali e domestiche, confessionali e nazionali - richiederà tutta l'abilità politica che Aoun ha dimostrato nella sua carriera militare. Ma richiederà anche qualcosa di più: un nuovo paradigma di leadership che possa ispirare tutti i libanesi, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa, a investire in un progetto comune di nazione.
In un Medio Oriente sempre più frammentato lungo linee settarie ed etniche, l'appello di Joseph Aoun per un'unità nazionale che trascenda razza e religione risuona con urgenza particolare. Non è solo una questione di sopravvivenza per il Libano - sebbene lo sia anche questa - ma una questione di principio che tocca il futuro dell'intera regione.
La retorica dell'odio e del fanatismo, la logica della vendetta infinita, la politicizzazione della fede: tutte queste forze stanno conducendo il Medio Oriente verso un "suicidio collettivo" le cui conseguenze si estendono ben oltre i confini regionali. Come ha sottolineato Araghchi, le ripercussioni globali di questa spirale di violenza colpiranno tutti, senza distinzione di ricchezza, religione o razza.
Il modello libanese di convivenza, per quanto imperfetto, offre un'alternativa concreta alla logica dello scontro civilizzazionale. Dimostra che musulmani e cristiani, sunniti e sciiti, possono vivere insieme non in una tregua armata, ma in una vera comunità politica dove le differenze religiose non determinano i diritti civili.
La sfida per Aoun e per tutti coloro che condividono la sua visione è duplice: da un lato, proteggere e rafforzare questa esperienza unica di convivenza contro le forze che cercano di distruggerla. Dall'altro, dimostrare che un'alternativa al fanatismo non solo è possibile, ma può anche prosperare.
In un'epoca in cui i discorsi populisti e divisivi sembrano dominare il dibattito pubblico in molte parti del mondo, il messaggio che viene dal Libano è particolarmente rilevante: l'unità nazionale non richiede l'omologazione o la negazione delle differenze, ma il riconoscimento che ciò che ci unisce - la nostra comune umanità, il nostro destino condiviso - è più importante di ciò che ci divide.
Se il presidente Aoun riuscirà a tradurre questa visione in realtà concreta, il Libano potrebbe davvero diventare quel "paese-messaggio" di cui parlava Papa Giovanni Paolo II: un faro di speranza in una regione avvolta dall'oscurità della guerra e del fanatismo. Un esempio vivente che un'altra via è possibile, necessaria e urgente.
Le conseguenze della guerra, come ci ricorda Araghchi, colpiranno tutti. Ma anche le conseguenze della pace - se mai riusciremo a costruirla - si diffonderanno ben oltre i confini del piccolo Paese dei Cedri, offrendo a milioni di persone in Medio Oriente e oltre la possibilità di un futuro diverso da quello che sembra oggi inevitabile.