PROLOGO: QUANDO I FIORI APPASSISCONO
Tunisi – Erano le 12:30 del 18 marzo 2015 quando il sogno della Primavera Araba si infranse definitivamente contro i muri del Museo Nazionale del Bardo. Due uomini armati, Yassine Laabidi e Jaber Khachnaoui, entrambi ventenni provenienti da Kasserine – la città dove tutto era iniziato nel 2010 – aprirono il fuoco su turisti inermi, trasformando uno dei luoghi più simbolici della civiltà mediterranea in un campo di battaglia.
Ventiquattro morti. Oltre cinquanta feriti. Un attacco rivendicato dallo Stato Islamico che scosse non solo la Tunisia, ma l’intera comunità internazionale.
Ma cosa succede quando la narrazione ufficiale nasconde una verità più oscura? Cosa accade quando dietro il fanatismo religioso si cela una cospirazione politica orchestrata dai fantasmi del passato?
Questa è la storia che Il Gelsomino e l’Ombra, nuovo romanzo-inchiesta dello scrittore italo-tunisino in uscita a aprile, promette di raccontare: un thriller politico che intreccia fatti reali e finzione per esplorare le zone d’ombra della Tunisia post-rivoluzionaria.
LA TUNISIA CHE NON TI ASPETTI: TRA DEMOCRAZIA E DERIVA
Il contesto storico: dalla rivoluzione al disincanto
«La Tunisia è stata venduta al mondo come il caso di successo della Primavera Araba», spiega la professoressa Sarah Ben Néfissa, sociologa franco-tunisina del CNRS di Parigi. «Ma la realtà sul terreno era molto più complessa. Sì, avevamo elezioni libere, una costituzione progressista, libertà di stampa. Ma avevamo anche disoccupazione giovanile al 35%, regioni interne abbandonate, e un apparato di sicurezza mai veramente epurato.»
I dati parlano chiaro. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), nel 2015 la Tunisia registrava:
Tasso di disoccupazione giovanile: 35,8% (contro il 13% pre-rivoluzione)
Disparità regionale: il PIL pro capite di Tunisi era 4 volte superiore a quello di Kasserine
Emigrazione irregolare: oltre 8.000 giovani tunisini partiti verso l’Europa nel 2014
Foreign fighters: tra 3.000 e 5.000 tunisini combattevano con l’ISIS in Siria e Iraq
«La rivoluzione aveva promesso pane, libertà e dignità», continua Ben Néfissa. «Quattro anni dopo, molti giovani avevano libertà ma né pane né dignità. Questo vuoto esistenziale è stato il terreno fertile per il radicalismo.»
L’attacco del Bardo: cronaca di una tragedia annunciata
Il 18 marzo 2015, mentre il Parlamento tunisino discuteva proprio una nuova legge antiterrorismo, due giovani armati di Kalashnikov tentarono prima di fare irruzione nell’edificio legislativo, poi si diressero verso il museo adiacente.
Secondo il rapporto ufficiale della Commissione d’Inchiesta parlamentare (pubblicato nel luglio 2015), esistevano «gravi carenze nella condivisione di intelligence» e «problemi di coordinamento tra i vari corpi di sicurezza».
Ma il romanzo Il Gelsomino e l’Ombra va oltre, ipotizzando – attraverso la fiction ma basandosi su sospetti mai completamente fugati – che l’attacco potesse essere stato non solo previsto, ma in qualche modo “permesso” da elementi corrotti dell’apparato di sicurezza.
«Non è fantascienza», afferma Fabio Merone, ricercatore dell’Università di Louvain e esperto di jihadismo tunisino. «Nel 2016, il rapporto della Commissione Bardo ha rivelato che le autorità avevano ricevuto almeno tre segnalazioni di intelligence sui due attentatori nei mesi precedenti. Perché non agirono? Questa domanda non ha mai ricevuto una risposta soddisfacente.»
OPERAZIONE GELSOMINO NERO: QUANDO LA FICTION INTERROGA LA REALTÀ
Il vecchio regime che non muore mai
Uno degli elementi più inquietanti del romanzo è la rappresentazione di quella che l’autore chiama “Operazione Gelsomino Nero”: una presunta cospirazione orchestrata da ex funzionari del regime di Ben Ali per destabilizzare la giovane democrazia tunisina attraverso la manipolazione di gruppi estremisti.
Fiction? Forse. Ma con fondamenta nella realtà documentata.
Nel 2014, il giornalista investigativo tunisino Sofiene Ben Farhat pubblicò su Nawaat (principale piattaforma di citizen journalism tunisina) un’inchiesta esplosiva intitolata “Les réseaux de l’ancien régime” (Le reti del vecchio regime), documentando come almeno 47 alti funzionari dell’era Ben Ali – tra cui membri dei servizi segreti, ufficiali militari e ministri – non fossero mai stati processati e continuassero a operare nell’ombra.
«Il problema della Tunisia post-rivoluzionaria», spiega Moncef Marzouki, ex presidente tunisino (2011-2014) in un’intervista esclusiva, «è che abbiamo cambiato la facciata senza pulire le fondamenta. La mukhabarat [servizi segreti] non è mai stata completamente riformata. Molti di coloro che servivano Ben Ali hanno semplicemente cambiato padrone. E alcuni hanno continuato a giocare i loro giochi nell’ombra.»
Il romanzo immagina un colonnello Ramzi Bouazizi – personaggio di fantasia ma archetipo riconoscibilissimo – che orchestra il caos per giustificare un ritorno all’autoritarismo. Una fantasia paranoica?
Non secondo il politologo Youssef Cherif del Columbia Global Centers di Tunisi: «C’è sempre stata una tensione nella Tunisia post-2011 tra due visioni: quella democratica-pluralista e quella securitaria-autoritaria. Ogni attacco terroristico rafforzava i secondi, che sostenevano “ve lo avevamo detto, serve il pugno di ferro”. Il terrorismo, volente o nolente, faceva il gioco di chi voleva smantellare la transizione democratica.»
I PERSONAGGI: SPECCHI DI UNA NAZIONE DIVISA
Rafika: la voce delle donne nella tempesta
La protagonista del romanzo, Rafika Kefi – docente universitaria, blogger femminista, simbolo della Tunisia laica e progressista – rappresenta una generazione di donne tunisine che dopo il 2011 conquistarono spazi inimmaginabili sotto Ben Ali.
I numeri sono impressionanti:
60% dei laureati universitari in Tunisia sono donne (dato UNICEF 2015)
31% dei seggi parlamentari nel 2014 erano occupati da donne (contro il 7% nel 2009)
La parità di genere nella Costituzione del 2014 era tra le più avanzate del mondo arabo
«Ma questa conquista era fragilissima», spiega Bochra Belhaj Hmida, avvocata e attivista per i diritti delle donne. «Ogni giorno ricevevamo minacce dai salafiti. Ci dicevano che eravamo koffar [infedeli], che meritavamo di essere punite. Il personaggio di Rafika è realistico perché tante di noi hanno vissuto quella paura quotidiana.»
Il fenomeno del cyberbullismo contro le donne attiviste esplose dopo il 2011. Secondo uno studio del 2015 dell’ONG Mourakiboun, il 78% delle donne attiviste tunisine aveva ricevuto minacce online, e il 23% aveva subito tentativi di doxxing (pubblicazione di dati personali).
Karim: il fratello perduto e il dramma della radicalizzazione
Il personaggio di Karim – fratello di Rafika, ingegnere brillante trasformato in militante di un gruppo estremista – rappresenta il dramma più devastante della Tunisia post-rivoluzionaria: la radicalizzazione dei giovani.
«Ho intervistato decine di famiglie che hanno perso figli al jihadismo», racconta Riadh Sidaoui, esperto di estremismo e professore alla European University di Ginevra. «Il pattern è sempre lo stesso: giovane brillante, famiglia moderata, improvviso cambiamento dopo la frequentazione di un gruppo, rottura con la famiglia, partenza per Siria o partecipazione ad attività violente in Tunisia. Il personaggio di Karim è un case study perfetto.»
Nel 2015, il Centro Tunisino di Studi Strategici (CTUESS) documentò che il profilo tipo del foreign fighter tunisino era:
Uomo tra 18-30 anni (87%)
Istruzione secondaria o universitaria (64%)
Proveniente da famiglia moderata (71%)
Disoccupato o sottoccupato (82%)
Radicalizzato in 6-18 mesi (media)
«Non erano i poveri ignoranti», sottolinea Alaya Allani, storico dell’Università della Manouba. «Erano i giovani istruiti e disillusi. Avevano creduto nella rivoluzione, poi si erano sentiti traditi. Il salafismo offriva loro un’identità forte, un senso di appartenenza, un nemico chiaro da combattere.»
Nader: l’élite economica davanti alla scelta morale
Il personaggio di Nader Amamou – imprenditore tecnologico di successo, inizialmente neutrale, poi trascinato nel conflitto – rappresenta una domanda cruciale: quale responsabilità hanno le élite economiche in tempi di crisi democratica?
«Questo è uno dei nodi irrisolti della Tunisia», afferma Hamza Meddeb, ricercatore al Carnegie Middle East Center. «Dopo il 2011, la classe imprenditoriale si è largamente disimpegnata dalla politica. Volevano stabilità per i business, non importava sotto quale governo. Questa neutralità interessata ha indebolito la democrazia.»
Il romanzo pone una domanda scomoda: quando la neutralità diventa complicità? Quando il silenzio equivale a tradimento?
LA MANIPOLAZIONE DEL SACRO: COME SI COSTRUISCE UN TERRORISTA
Il reclutamento: tecniche e psicologia
Una delle sezioni più inquietanti del romanzo descrive il processo di radicalizzazione di Haifa, la migliore amica di Rafika, attraverso un centro culturale apparentemente innocuo.
«È esattamente così che funziona», conferma Mohamed-Ali Adraaoui, professore alla Georgetown University e autore di “Purisme et Salafisme en Tunisie”. «I gruppi salafiti non iniziano mai con la violenza. Iniziano con la carità, l’aiuto sociale, il senso di comunità. Offrono quello che lo Stato non offre: solidarietà, identità, speranza.»
Il processo tipo, secondo le ricerche di Adraaoui, prevede quattro fasi:
Accoglienza emotiva: il reclutato viene accolto con affetto, interesse sincero per i suoi problemi
Identificazione del vuoto: viene identificata la ferita esistenziale (morte di un genitore, disoccupazione, sensazione di ingiustizia)
Offerta di significato: il salafismo viene presentato come risposta totale a quel vuoto
Isolamento progressivo: il reclutato viene gradualmente separato da famiglia, vecchi amici, influenze “negative”
«Il personaggio di Haifa che indossa il niqab, rompe con Rafika, cambia completamente personalità – è realistico al 100%», dice Adraaoui. «E la cosa più tragica è che queste persone credono sinceramente di essersi liberate, quando in realtà sono state imprigionate.»
Il finanziamento: i soldi dietro l’estremismo
Il romanzo accenna anche al nodo cruciale del finanziamento. Come si mantengono questi gruppi?
L’inchiesta di Al Jazeera “Follow the Money: Tunisia’s Jihadi Networks” (2016) documentò almeno tre canali:
Fondi dal Golfo: donazioni private da Kuwait, Qatar, Arabia Saudita canalizzate attraverso ONG “caritatevoli”
Contrabbando: traffico di armi, droga, sigarette attraverso la frontiera libica
Fondi deviati: beni sequestrati al clan Ben Ali ma mai completamente recuperati dallo Stato
«C’erano almeno 13 miliardi di dollari di asset Ben Ali sparsi nel mondo», spiega l’economista Aram Belhadj. «Ufficialmente ne abbiamo recuperati circa 2. Gli altri 11? Nessuno lo sa con certezza. Il romanzo ipotizza che parte siano finiti a finanziare il caos. È impossibile da provare, ma neanche da escludere.»
L’ATTACCO AL BARDO: TRE ANNI DOPO, LE DOMANDE SENZA RISPOSTA
Le falle nella sicurezza
Il rapporto finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Bardo (luglio 2015) identificò 17 gravi carenze nel dispositivo di sicurezza. Tra queste:
Mancata comunicazione tra intelligence civile e militare
Segnalazioni ignorate su Laabidi e Khachnaoui
Assenza di protezione adeguata al museo nonostante le minacce
Ritardo di 20 minuti nell’intervento delle forze speciali
Coordinamento caotico durante l’assalto finale
«C’erano competenze, mezzi, informazioni», dice Samir Dilou, ex ministro dei Diritti Umani e membro della Commissione. «Quello che mancava era volontà politica. O forse, per alcuni, c’era volontà che l’attacco avvenisse.»
Quest’ultima affermazione – mai provata ma mai completamente smentita – è il cuore pulsante del romanzo.
Le vittime dimenticate
Ventiquattro morti:
21 turisti stranieri (italiani, francesi, spagnoli, giapponesi, britannici, colombiani, australiani)
2 tunisini (un poliziotto e una guida turistica)
1 attentatore ucciso per errore dalle forze speciali (inizialmente identificato come ostaggio)
«Il mio lavoro come scrittore», spiega l’autore in un’intervista, «non era solo raccontare la cospirazione ipotetica, ma ricordare che dietro le statistiche ci sono vite spezzate. Famiglie distrutte. Sogni interrotti. Il personaggio di Rafika combatte anche per loro, per dare senso a quelle morti.»
ARTE E VERITÀ: IL ROMANZO COME INCHIESTA
Il ruolo della fiction nel giornalismo d’inchiesta
«Ci sono verità che il giornalismo tradizionale non può raggiungere», afferma Roberto Saviano, autore di Gomorra e maestro del genere non-fiction novel. «Quando le prove legali mancano, quando i testimoni hanno paura, quando le istituzioni insabbiano, la fiction può andare dove il giornalismo non arriva. Non inventa, ma connette i puntini che le inchieste ufficiali lasciano separati.»
Il Gelsomino e l’Ombra si inserisce in questa tradizione del romanzo-inchiesta, iniziata con Truman Capote (A sangue freddo) e continuata con Norman Mailer, Tom Wolfe, e nella letteratura italiana con Carlo Lucarelli e Giancarlo De Cataldo.
«L’autore ha fatto un lavoro impressionante di documentazione», conferma la giornalista tunisina Olfa Lamloum, direttrice dell’International Alert per il Medio Oriente. «Ha intervistato ex jihadisti, famiglie di vittime, agenti di sicurezza, politici. Poi ha costruito una narrazione che, pur essendo fiction, illumina zone d’ombra reali.»
La responsabilità dello scrittore
Ma esiste il rischio di alimentare teorie cospirazioniste? Di confondere i lettori tra fatto e finzione?
«È una preoccupazione legittima», ammette Kamel Daoud, scrittore algerino e autore di Meursault, indagine controprocesso. «Ma la soluzione non è il silenzio. È la trasparenza. Dire chiaramente cosa è documentato e cosa è ipotesi narrativa. E soprattutto, invitare il lettore a fare le proprie ricerche, a non credere ciecamente né alla versione ufficiale né alla versione romanzata.»
Il romanzo include un’appendice con tutte le fonti documentali utilizzate, un glossario dei fatti reali versus finzione, e una bibliografia commentata. Un esempio di rigore che dovrebbe essere standard nel genere.
LA TUNISIA OGGI: IL GELSOMINO È SOPRAVVISSUTO?
Il bilancio di dieci anni
Nel 2021, dieci anni dopo la rivoluzione, il presidente Kais Saied ha sospeso il Parlamento e assunto i pieni poteri in quello che molti hanno definito un autogolpe.
«La Tunisia ha retto per dieci anni», riflette Nadia Marzouki, ricercatrice al CNRS. «Dieci anni di democrazia imperfetta ma reale. Poi è arrivata la deriva autoritaria che molti temevano. Il romanzo, ambientato nel 2015, coglie esattamente quel momento di svolta: quando era ancora possibile salvare la democrazia, ma le ombre stavano già avanzando.»
I dati attuali sono scoraggianti:
Economia: PIL pro capite inferiore al 2010
Disoccupazione giovanile: ancora sopra il 30%
Libertà di stampa: crollata dal 72° (2020) al 121° posto (2023) nel ranking di Reporter Senza Frontiere
Emigrazione: record di partenze irregolari nel 2023
«Il gelsomino è sopravvissuto?» si chiede retoricamente Rached Ghannouchi, leader di Ennahda (ora in prigione). «Forse non nella politica istituzionale. Ma nella società civile, nei giovani che continuano a lottare, nelle donne che resistono, nei giornalisti che denunciano. Lì il gelsomino vive ancora.»
CONCLUSIONE: PERCHÉ QUESTA STORIA CONTA
Il Gelsomino e l’Ombra non è solo un thriller politico ambientato in Tunisia. È una meditazione universale su temi che toccano ogni democrazia fragile:
Come si difende la libertà quando i suoi nemici la usano per distruggerla?
Quale responsabilità hanno le élite in tempi di crisi?
Come si combatte la manipolazione senza diventare manipolatori?
Quando la neutralità diventa complicità?
«Ogni paese ha il suo Bardo», conclude lo scrittore Tahar Ben Jelloun. «Momenti in cui la storia si biforca, in cui si può scegliere la luce o l’ombra. La Tunisia ha scelto di combattere, anche se ha perso battaglie. Questo romanzo celebra quel coraggio, anche nella sconfitta.»
In un’epoca di fake news, post-verità e narrazioni manipolate, Il Gelsomino e l’Ombra ci ricorda che la fiction onesta può essere più veritiera della propaganda travestita da fatto.
E che a volte, per capire la realtà, dobbiamo permetterci di immaginarla.
BOX LATERALE: I NUMERI DELL’ATTACCO AL BARDO
Data: 18 marzo 2015, ore 12:30
Durata: 3 ore e 47 minuti
Vittime: 24 morti (21 turisti, 2 tunisini, 1 attentatore)
Feriti: 50+
Attentatori: 2 (Yassine Laabidi, 20 anni, e Jaber Khachnaoui, 21 anni, entrambi da Kasserine)
Rivendicazione: Stato Islamico (ISIS)
Impatto economico: -35% di arrivi turistici nel 2015, perdita stimata di 1,5 miliardi di dollari
Conseguenze politiche: dichiarato stato di emergenza, prorogato 7 volte fino al 2017
IL GELSOMINO E L’OMBRA
Di Leo Mila
Aprile 2026
Pagine: 145 circa
Prezzo: €8,99
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Leo Mila è giornalista e scrittore. Il suo romanzo “Il Gelsomino e l’ombra” è ambientato nella Tunisia post-rivoluzionaria. Ha vissuto tre anni a Tunisi tra il 2012 e il 2015, documentando la transizione democratica.
