Il Desiderio di Diventare uno Smartphone
Prologo: La Sera del Compito
La luce della lampada da tavolo disegnava ombre morbide sulla scrivania, dove fogli bianchi e penne colorate giacevano sparsi come petali dopo una tempesta. Era sera tardi, quella sera di fine novembre in cui l’aria sa di castagne e di promesse non mantenute. La maestra Sofia sedeva curva sui quaderni dei suoi studenti, gli occhiali appoggiati sulla punta del naso, le dita che sfogliavano pagina dopo pagina con quella pazienza infinita che solo chi insegna davvero può possedere.
In salotto, a pochi metri da lei, suo marito Marco camminava avanti e indietro. Non con passo nervoso o pensieroso, ma con quello sguardo fisso, ipnotizzato, che si ha quando il mondo reale sfuma e l’unica cosa che conta è lo schermo luminoso tra le mani. Il suo smartphone brillava nella penombra come una finestra aperta su un altro universo, un universo fatto di notifiche, punteggi, livelli da superare. I suoi pollici danzavano sulla superficie di vetro con una coreografia perfetta, instancabile.
Sofia alzò lo sguardo per un istante, osservò suo marito, poi tornò ai compiti. Era abituata. Anche lei, a volte, si perdeva in quello stesso oceano digitale. Ma quella sera qualcosa stava per cambiare. Quella sera, l’ultimo quaderno della pila avrebbe aperto una ferita che nessuno dei due sapeva di avere.
Capitolo 1: Il Tema del Desiderio
Il compito che Sofia aveva assegnato ai suoi studenti era semplice, disarmante nella sua semplicità : “Scrivi qualcosa sul tema IL MIO DESIDERIO”.
Aveva scelto questo argomento perché credeva nella forza dei sogni, nella capacità dei bambini di immaginare mondi migliori, avventure straordinarie, futuri luminosi. Si aspettava di leggere desideri comuni: diventare astronauti, avere un cane, visitare Disneyland, ricevere la console di videogiochi più nuova, fare un viaggio con la famiglia. Desideri che profumano di infanzia, di quella età in cui tutto sembra ancora possibile e il mondo non ha ancora mostrato i suoi angoli bui.
I primi compiti confermavano le sue aspettative. Vorrei un cavallo tutto mio, scriveva Emma con lettere rotonde e colorate. Il mio desiderio è diventare un calciatore famoso come Ronaldo, dichiarava Pietro con quella sicurezza che hanno i bambini quando parlano dei loro eroi. Desidero che la mia nonna guarisca dalla sua malattia, confessava Giulia con parole che facevano tremare il cuore.
Sofia sorrideva leggendo, correggeva gli errori di ortografia con gentilezza, aggiungeva commenti incoraggianti a margine. Bellissimo desiderio!, Continua a sognare!, La tua nonna è fortunata ad averti. Ogni compito era una piccola finestra aperta sul cuore di un bambino, e lei si sentiva privilegiata a poter guardare dentro.
Ma poi arrivò all’ultimo quaderno. Quello di Matteo, suo figlio. Sette anni, occhi grandi come soli, sempre pronto a ridere, sempre con mille domande sulla punta della lingua. O almeno, così lo ricordava. Quando era stata l’ultima volta che avevano davvero parlato? Quando era stata l’ultima volta che aveva risposto a una delle sue domande senza dire “un momento, devo solo finire questo messaggio”?
Aprì il quaderno e cominciò a leggere. Le prime righe la confusero. Poi la inquietarono. Infine, la spezzarono.