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IL CASO ABIR MOUSSI

Una voce scomoda dietro le sbarre:

la Tunisia tra speranza democratica e nostalgia autoritaria

Analisi e reportage • Redazione Esteri • Tunis / Roma • 13 febbraio 2026

 

PROFILO: CHI È ABIR MOUSSI?

Avvocatessa, 50 anni, nata a Tunisi.

Presidente del Parti Destourien Libre (PDL) dal 2016.

Ex deputata all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo (ARP).

Simbolo dell’antisilamismo tunisino e erede della tradizione bourghista.

Detenuta dal 3 ottobre 2023; condannata a 12 anni nel dicembre 2025.

Rischia la pena di morte ai sensi dell’articolo 72 del Codice Penale.

I. «Hanno chiuso le porte delle prigioni per gli oppositori»: il ritorno del silenzio

C’è una scena che si è impressa nella memoria collettiva tunisina come un fotogramma di un film già visto: una donna che cammina a testa alta verso il palazzo presidenziale di Cartagine, documenti in mano, pronta a depositare un ricorso legale contro un decreto del presidente. È il 3 ottobre 2023. Abir Moussi, presidente del Parti Destourien Libre (PDL), viene bloccata, ammanettata e portata via. Non sarà più libera.

Da quel momento, la Tunisia ha offerto al mondo — e soprattutto a se stessa — uno spettacolo che ricorda fin troppo da vicino i decenni bui dell’era Ben Ali: tribunali che si muovono secondo logiche politiche, oppositori in carcere, decreti che criminalizzano la parola. La parabola di Abir Moussi, figura tra le più controverse e polarizzanti della scena politica nordafricana dal 2020 a oggi, è diventata il prisma attraverso cui leggere la crisi democratica tunisina. Una crisi che interroga non solo il Maghreb, ma l’intera comunità internazionale.

De nouveau, les portes des prisons se sont ouvertes pour les opposants à ce régime.”

Hamma Hammami, Segretario del Partito dei Lavoratori (Tunisia)

II. La lunga marcia: dalle ceneri del RCD all’ascesa del PDL

Per comprendere l’affaire Moussi è necessario partire dalle sue radici ideologiche, che affondano in un terreno scomodo per la Tunisia post-rivoluzionaria: la nostalgia per il regime di Ben Ali. Fondato nel 2013 da ex dirigenti del Rassemblement Constitutionnel Démocratique (RCD), il partito unico che aveva dominato la Tunisia dal 1987 al 2011, il PDL si rivendica esplicitamente erede dell’intera tradizione Destouriana, dal Destour fondato nel 1920 fino alla sua incarnazione nel RCD.

Nel 2016, un congresso fondativo affida la presidenza del partito ad Abir Moussi, avvocatessa forgiata nelle aule del foro tunisino, ex sostenitrice del regime beналиiano, ma con una peculiarità che avrebbe sorpreso molti: una capacità oratoria tagliente come un rasoio e un antisilamismo intransigente che la poneva in prima linea contro Ennahdha, il partito islamico moderato dominante nel primo decennio post-rivoluzionario.

Alle elezioni legislative del 2019, una prova di forza senza precedenti: il PDL ottiene il 6,63% dei voti e 17 seggi parlamentari, terzo partito del paese. Moussi si presenta anche alle presidenziali, arrivando nona con il 4% dei voti. Numeri apparentemente modesti che nascondono però una traiettoria esplosiva.

III. La stella che brucia: 2020-2021, quando il PDL sfidò tutti

Tra il 2020 e il 2021, la Tunisia vive una delle sue stagioni politiche più tormentate: la pandemia di Covid-19 paralizza l’economia, il governo di unione nazionale vacilla, e il parlamento diventa un ring dove le risse fisiche tra deputati vengono trasmesse in diretta televisiva. In questo contesto di caos istituzionale, il PDL schizza nelle intenzioni di voto a una velocità impressionante.

Secondo i rilevamenti di Sigma Conseil, a luglio 2020 il partito di Moussi raggiunge il 29% delle preferenze, cinque punti sopra Ennahdha. A dicembre dello stesso anno, il distacco si allarga a 18 punti: 38% contro il 20% degli islamisti. Abir Moussi si colloca stabilmente al secondo posto nelle preferenze presidenziali, con il 17% contro il 41% del presidente Kaïs Saïed. Una progressione che lascia sgomenti gli analisti politici.

Encore inconnue il y a quelques années, Abir Moussi est devenue le visage de l’anti-islamisme tunisien.”

Jeune Afrique, gennaio 2024

La sua comunicazione politica è diretta, spesso brutale. Non cerca la mediazione, non tende la mano agli avversari. I suoi interventi parlamentari circolano virali sui social media: attacca i deputati di Ennahdha definendoli apologeti del terrorismo, si oppone a qualsiasi dialogo con i movimenti islamisti. Una postura che le aliena metà della Tunisia, ma che conquista un elettorato urbano, secolarizzato, stremato dall’instabilità, che vede in lei l’unica capace di dire ad alta voce ciò che molti pensano sottovoce.

IV. Il 3 ottobre 2023: l’arresto che ha scosso la Tunisia

L’alba del processo che avrebbe sigillato il destino di Abir Moussi si annuncia in circostanze quasi kafkiane. Il 3 ottobre 2023, si reca in visita agli uffici della presidenza della Repubblica per ottenere la ricevuta di protocollo necessaria a depositare un ricorso formale contro alcuni decreti presidenziali riguardanti le elezioni locali. Viene fermata all’ingresso, messa in stato di fermo e, quarantotto ore dopo, posta in detenzione preventiva.

Le accuse iniziali sono legate a due distinti procedimenti aperti dall’Instance Supérieure Indépendante pour les Élections (ISIE), l’organo elettorale tunisino, in base al Decreto-Legge 54 del settembre 2022, una norma draconiana che punisce con il carcere la «diffusione di notizie false» attraverso canali elettronici. Moussi avrebbe criticato pubblicamente le procedure elettorali, configurando secondo l’accusa una violazione di questo strumento legislativo che le organizzazioni per i diritti umani definiscono «legge bavaglio».

Durante il fermo, Moussi riporta una lussazione alla spalla e danni cervicali e lombari. Il suo partito parla di violenza durante l’arresto. Le autorità non commentano. Comincia così un calvario giudiziario che si protrae per oltre due anni.

V. Un labirinto giudiziario: condanne, appelli e lo spettro della pena di morte

Il dossier giudiziario di Abir Moussi si fa progressivamente più pesante, con una geometria accusatoria che i suoi difensori definiscono costruita su misura per eliminarla dalla scena politica.

 

DATA

EVENTO

3 ott. 2023

Arresto all’ingresso della presidenza; detenzione preventiva. Accuse ISIE (D.Lgs. 54).

Ago. 2024

Prima condanna: 2 anni per violazione del D.Lgs. 54 (plainte ISIE). In appello ridotti a 18 mesi.

26 mag. 2025

Scadenza della prima pena (16 mesi). Moussi rivendica la liberazione. Rimane in carcere.

Lug. 2025

Corte di Cassazione rinvia il dossier del «bureau d’ordre» all’istruttoria. Applicato l’art. 72: rischio pena di morte.

Giu. 2025

Trasferimento alla prigione di Bulla Regia (Jendouba), lontano da Tunisi. Il PDL parla di isolamento forzato.

Ott. 2025

Amnesty International scrive a Saïed chiedendo la liberazione immediata e incondizionata.

Dic. 2025

Condannata a 12 anni di prigione in primo grado (art. 72). CRLDHT: «Verdetto assurdo».

L’articolo 72 del Codice Penale tunisino è il cuore più oscuro di questa vicenda. Prevede la pena capitale per chiunque tenti «di attentare alla forma del governo, di incitare i cittadini ad armarsi gli uni contro gli altri, o di provocare disordini, omicidi o saccheggi sul territorio nazionale». Un’accusa che i difensori di Moussi definiscono politicamente costruita sul presupposto che il suo ricorso formale contro decreti elettorali costituisse un atto eversivo.

La justice tunisienne juge-t-elle des faits ou des personnalités ? Ces poursuites visent à réduire au silence une opposante trop dérangeante.”

Maître Nafaâ Laribi, avvocato difensore di Abir Moussi (Nawaat, ott. 2025)

Amnesty International, nel suo appello formale al presidente Saïed del 16 ottobre 2025, ha definito la detenzione «prolungata e ingiusta», sostenendo che Moussi è imprigionata «unicamente per aver esercitato pacificamente i propri diritti umani». Il Comité pour le Respect des Libertés et des Droits de l’Homme en Tunisie (CRLDHT) ha denunciato «un processo viziato, violazioni dei diritti della difesa e un verdetto assurdo», richiamando la Tunisia ai propri obblighi internazionali, in quanto firmataria del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

VI. Il quadro: la Tunisia di Saïed e il ritorno dell’autoritarismo

Il caso Moussi non si comprende senza collocarlo nel più ampio quadro del «colpo istituzionale» del 25 luglio 2021, quando il presidente Kaïs Saïed ha esautorato il governo, sospeso e poi sciolto il parlamento, arrogandosi pieni poteri costituzionali. Nel luglio 2022, una nuova Costituzione — redatta dallo stesso Saïed e approvata con il 70% di astensionismo — ha consacrato un iperpresidenzialismo che riduce parlamento e giudiziario a ruoli subalterni.

Alle presidenziali dell’ottobre 2024, Saïed è stato rieletto con oltre il 90% dei voti, ma con una partecipazione inferiore al 30%, la più bassa dall’avvio della democrazia nel 2011. Solo il 6% degli elettori under 35 si è recato alle urne. Tra i tre candidati ammessi alla competizione, uno era detenuto. Abir Moussi, che i sondaggi collocavano al secondo posto con il 10% delle intenzioni di voto prima dell’arresto, era stata preventivamente esclusa dalla corsa.

L’orizzonte dell’opposizione tunisina è oggi un paesaggio di macerie: Rached Ghannouchi, leader di Ennahdha e già presidente del parlamento, è stato condannato a 22 anni di prigione; decine di oppositori, giornalisti e attivisti della società civile sono stati processati sulla base del Decreto 54; alcune delle principali figure dell’opposizione sono in esilio. L’Al Jazeera ha documentato come il processo collettivo del marzo 2025 contro oltre 40 figure dell’opposizione — inclusa Moussi, pur con la sua traiettoria ideologica diametralmente opposta a Ennahdha — sia diventato «un ulteriore chiodo nella bara della democrazia» tunisina.

En Tunisie, la justice est détournée pour faire taire toute dissidence. Le régime de Kaïs Saïed transforme le droit en arme politique et organise le vide démocratique.”

CRLDHT, comunicato del 15 dicembre 2025

VII. Il paradosso Moussi: l’anti-islamista erede di Ben Ali che diventa simbolo di libertà

C’è un’ironia tagliente in questa storia che la rende più complicata di quanto le narratività semplificate vorrebbero. Abir Moussi è una figura che non si presta a essere santificata. La sua lealtà all’eredità bourghista — e implicitamente a quella di Ben Ali — la rende indigesta a molti progressisti. Il PDL è fondato da ex quadri del RCD, il partito con cui Ben Ali ha tenuto la Tunisia in un pugno di ferro per ventitré anni. La stessa Moussi ha sostenuto l’ancien régime.

Eppure questa donna che non ha mai mascherato la propria nostalgia per un certo ordine autoritario si trova oggi nelle stesse celle dove Ben Ali rinchiudeva i suoi oppositori. Una circolarità della storia che non sfugge agli analisti. Come ha osservato La Vie des Idées, la deriva attuale spinge molti tunisini a rimpiangere persino l’era Ben Ali, cancellando così la memoria della repressione sistematica di quegli anni.

Il paradosso va oltre la persona: Moussi combatte in tribunale non perché abbia preso le armi o incitato alla violenza, ma perché ha depositato un ricorso formale. Il fatto che l’articolo 72 — progettato per criminalizzare tentativi eversivi armati — venga applicato a un’avvocatessa che presenta documenti in carta bollata è, per i giuristi internazionali, il rivelatore più nitido della strumentalizzazione politica della giustizia.

Elle garde espoir qu’un changement viendra, sans savoir quand ni comment.”

Maître Nafaâ Laribi, sulla condizione psicologica di Moussi nella prigione di Bulla Regia (Nawaat, ott. 2025)

VIII. Il PDL senza la sua presidente: resistenza e paralisi

Nonostante l’assenza forzata della sua presidente, il PDL non si è dissolto. Il bureau politique, guidato da avvocati che sono anche difensori di Moussi — tra cui Maître Karim Krifa — ha mantenuto viva l’attività partitica. Manifestazioni di solidarietà si sono susseguite a Tunisi: davanti al Palazzo di Giustizia, davanti all’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo, davanti all’ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani.

Il 5 ottobre 2025, una mobilitazione pianificata davanti all’ARP è stata vietata dalle autorità. Il partito ha comunque organizzato iniziative alternative. Dalla sua cella prima alla prigione de La Manouba, poi a quella di Bulla Regia — trasferita in giugno 2025 in quella che i suoi avvocati definiscono una misura punitiva di isolamento — Moussi ha continuato a scrivere lettere aperte, a seguire le udienze attraverso i suoi legali, a guidare la strategia del partito.

Il 26 maggio 2025, terminata la prima pena di 16 mesi, Moussi ha pubblicato una lettera in cui rivendicava il diritto alla liberazione per scadenza dei mandati di custodia cautelare. Non è stata rilasciata. Nell’arco di pochi mesi, nuovi capi di imputazione si sono aggiunti, rendendo il suo orizzonte carcerario sempre più lungo.

IX. Ben Ali vs Saïed: la stessa musica, uno strumento diverso?

La domanda che percorre i corridoi delle redazioni e delle cancellerie europee è diretta: siamo di fronte al ritorno della politica del braccio di ferro di Ben Ali, o a qualcosa di diverso?

Le analogie strutturali sono innegabili: la concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo, l’uso della magistratura come cinghia di trasmissione del potere esecutivo, la criminalizzazione del dissenso attraverso strumenti legislativi ad hoc, l’assenza di un’opposizione parlamentare credibile. Come ha scritto Hatem Nafti nel suo saggio Notre ami Kaïs Saïed, il presidente tunisino pratica quella che l’autore chiama «démocrature»: la forma esterna della democrazia con il contenuto di un regime autoritario.

Ma le differenze sono altrettanto rilevanti. Ben Ali disponeva di un apparato di Stato solido, di un partito unico radicato in ogni quartiere del paese, di relazioni economiche privilegiate con l’Occidente che ne garantivano l’impunità internazionale. Saïed governa senza partito, con un’economia in crisi profonda, con un debito pubblico che soffoca ogni riforma, con una relazione solo parzialmente soddisfacente con il FMI. La sua base consensuale, costruita sul carisma personale e la retorica anti-sistema, è reale ma non istituzionalizzata.

In questo senso, la Tunisia di Saïed appare meno solida del monolite ben Ali, ma non meno pericolosa per i suoi oppositori. L’instabilità, paradossalmente, può rendere il regime più aggressivo verso i dissidenti, non meno.

X. La risposta internazionale: pressioni timide e interessi incrociati

La reazione della comunità internazionale al caso Moussi, e più in generale alla stretta autoritaria tunisina, è stata caratterizzata da una marcata ambivalenza. L’Unione Europea, impegnata a contenere i flussi migratori attraverso accordi con Tunisi — sfociati nel memorandum del 2023 firmato con la partecipazione di Giorgia Meloni e Ursula von der Leyen — ha privilegiato la stabilità alla condanna esplicita dei diritti umani.

Amnesty International e Human Rights Watch hanno emesso appelli formali con regolarità, documentando le violazioni. Il Comitato ONU per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione. Ma nessuna delle principali potenze occidentali ha adottato misure concrete di pressione diplomatica o economica. Per molti analisti, questa acquiescenza costituisce essa stessa un fattore di permissività del regime.

La Tunisie, signataire du Pacte international relatif aux droits civils et politiques, est tenue de garantir la liberté d’expression et la participation politique sans représailles.”

Amnesty International, lettera aperta al presidente Saïed, 16 ottobre 2025

XI. C’è ancora speranza? Le fratture nel regime e la resilienza della società civile

Eppure, dichiarare definitivamente chiusa la pagina democratica tunisina sarebbe una conclusione affrettata. L’Arab Barometer segnala che circa tre quarti dei tunisiani continuano a considerare la democrazia il migliore dei sistemi politici. Una società civile martoriata ma non sconfitta mantiene voci di dissenso, anche sotto il rischio del Decreto 54. I giovani, pur nella loro apatia elettorale, non sono stati conquistati dal regime.

All’interno della stessa compagine governativa emergono segnali di tensione: tra luglio e agosto 2025, Saïed ha rimpiazzato 19 dei 25 ministri del governo in un unico rimpasto, alimentando speculazioni su lotte interne. La scarsità economica — inflazione persistente, carenza di beni di prima necessità, dipendenza crescente dalle rimesse degli emigrati — corrode progressivamente la base di consenso del presidente.

Sul piano internazionale, il cambiamento di contesto geopolitico — con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio 2025 — aggiunge variabili imprevedibili. L’amministrazione americana potrebbe essere meno interessata alle condizioni di democrazia nel Maghreb, o al contrario usare la leva economica come strumento di pressione selettiva.

Per Abir Moussi, che a febbraio 2026 si trova ancora detenuta in attesa del processo d’appello sulla condanna a 12 anni — con l’incubo dell’articolo 72 ancora sullo sfondo — la speranza è concreta ma lontana. I suoi legali continuano a combattere nelle aule giudiziarie. Il PDL organizza manifestazioni. La comunità internazionale dei diritti umani non abbassa la guardia. Ma il sistema che la tiene in carcere non mostra segni di cedimento a breve termine.

XII. Conclusione: il caso Moussi come cartina al tornasole della Tunisia

La vicenda di Abir Moussi trascende la persona e il partito. Non si tratta di stabilire se la presidente del PDL sia o meno una leader ammirevole, né di valutare la coerenza di un percorso politico che ha il suo punto d’ombra nella nostalgia per un regime che ha oppresso i tunisini per decenni. Si tratta di stabilire se la Tunisia abbia ancora, o possa avere di nuovo, uno spazio per la dissidenza, il pluralismo, la contestazione legale del potere.

Quando un’avvocatessa che deposita un ricorso formale viene incriminata per tentativo di «sovvertire la forma dello Stato» e rischia la pena capitale, qualcosa di fondamentale si è rotto nel contratto tra cittadini e istituzioni. Questo è il test che la Tunisia offre al mondo, quindici anni dopo la Rivoluzione dei Gelsomini e il suo messaggio di libertà che aveva fatto il giro del pianeta.

Le risposte che darà — nelle aule tribunalizie, nelle piazze, nei seggi elettorali quando e se torneranno — diranno molto non solo del futuro tunisino, ma della tenuta di un modello democratico fragilissimo in tutta la regione nordafricana. Il caso Moussi è, in ultima analisi, la storia di quanto sia facile perdere ciò che si è conquistato con fatica, e di quanto sia difficile — ma non impossibile — riconquistarlo.

 

Note e fonti principali

Questo articolo è basato su fonti documentali verificate, tra cui: Jeune Afrique (10 gennaio 2024), Nawaat (13 ottobre 2025), Kapitalis (2024–2025), Amnesty International (lettera aperta al presidente Saïed, 16 ottobre 2025), Espace Manager (2024–2025), Al Jazeera English (10 aprile 2025), Le Devoir (13 dicembre 2025), France Info (14 gennaio 2026), La Vie des Idées (2025), The Conversation (2024), RTBF (4 dicembre 2025), CRLDHT (comunicato 15 dicembre 2025), Arab Barometer (2023), Wikipedia – Parti Destourien Libre, Leconomistemaghrebin.com.

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