Da sette tribù del deserto a potenza globale in meno di sessant’anni. Ma dietro le torri d’oro di Dubai si nasconde una strategia d’influenza sempre più aggressiva: armi, oro e conflitti alimentati da Abu Dhabi.
9,3M Abitanti (2025)
$509Mrd PIL Nominale
$1,5Mrd Oro sudanese ai UAE (2024)
150.000+ Morti in Sudan dal 2023
C’è un paradosso che definisce gli Emirati Arabi Uniti meglio di qualsiasi statistica: uno degli stati più ricchi del pianeta — icona di modernità, turismo e cosmopolitismo — è al centro di alcune delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo. Dalla Libia al Sudan, dall’Etiopia allo Yemen, Abu Dhabi ha trasformato il potere finanziario in influenza militare, ridisegnando silenziosamente la mappa del potere in Medio Oriente e in Africa.
Sezione 01
Nel 1971, quando sette emirati del Golfo Persico si unirono in una federazione indipendente dal protettorato britannico, il mondo non si aspettava molto da quell’angolo di penisola arabica. Le sette entità — Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm Al Quwain, Ras Al Khaimah e Fujairah — erano territori in gran parte deserti, con un’economia basata sulla pesca delle perle e su un commercio costiero di modesta entità. Il petrolio aveva già cominciato a scorrere, ma il miracolo vero era ancora da costruire.
Il fondatore Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, figura paterna e visionaria, guidò Abu Dhabi con una combinazione di pragmatismo tribale e apertura al mondo. In pochi decenni, i proventi del petrolio furono reinvestiti in infrastrutture, istruzione e, soprattutto, in una diversificazione economica straordinaria. Dubai, priva delle grandi riserve di petrolio della capitale, costruì se stessa come hub finanziario, commerciale e turistico, diventando in pochi decenni una delle città più visitate del pianeta — la sesta al mondo nel 2025 secondo le classifiche internazionali.
Sezione 02
Il vero cambio di paradigma arriva con Mohammed bin Zayed (MBZ), figura dominante della politica emiratina dall’inizio degli anni Duemila, diventato presidente nel 2022. Sotto la sua guida, la politica estera degli UAE si trasforma radicalmente: da postura discreta e consensuale a interventismo aggressivo e ideologicamente orientato.
Il punto di svolta è la Primavera Araba del 2011. Abu Dhabi e Riyadh percepiscono i movimenti popolari nel mondo arabo non come un’opportunità democratica, ma come una minaccia esistenziale ai loro regimi monarchici conservatori. In Egitto, i Fratelli Musulmani vincono le elezioni. In Libia, gruppi islamisti emergono nel caos post-Gheddafi. In Tunisia, in Siria, in Yemen, le piazze si animano con istanze che sfidano l’ordine consolidato.
Gli Emirati sostengono l’RSF in parte per impedire ai gruppi islamisti che sorreggono l’esercito sudanese di prendere il potere. Dal 2011, gli UAE hanno usato hard e soft power per contrastare i movimenti islamisti nella regione, considerandoli una minaccia.
— Hamid Khalafallah, Sudan researcher & policy analyst, citato da PBS NewsHour
Da quel momento in poi, la lotta all’islam politico — in particolare ai movimenti vicini ai Fratelli Musulmani — diventa il filo conduttore dell’interventismo emiratino. Abu Dhabi finanzia il colpo di stato militare che porta Abdel Fattah el-Sisi al potere in Egitto nel 2013, estromettendo un governo di matrice islamista. Sostiene Khalifa Haftar in Libia contro il governo riconosciuto dall’ONU, percepito come troppo vicino ai movimenti islamici. Interviene militarmente in Yemen contro gli Houthi, considerati proxy iraniani. E costruisce una rete di influenza che si estende sempre più verso l’Africa sub-sahariana.
Di tutti i teatri d’intervento emiratino, il Sudan rappresenta il caso più documentato, più grave e più controverso. Il 15 aprile 2023, due fazioni che avevano insieme orchestrato la repressione del movimento pro-democrazia sudanese si rivoltano l’una contro l’altra: le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), milizia paramilitare guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”. Ne nasce quello che l’ONU ha definito la peggiore crisi umanitaria al mondo.
Le RSF non sono un’organizzazione nuova. Cresciute dalle ceneri dei famigerati Janjaweed — le milizie armate che nei primi anni Duemila commisero il genocidio del Darfur, causando oltre 300.000 morti — le RSF sono state formalmente istituzionalizzate nel 2013 come secondo pilastro della sicurezza sudanese. Hemedti è diventato un magnate, con un patrimonio stimato nel 2023 a 7 miliardi di dollari, costruito principalmente sul commercio dell’oro attraverso Dubai.
Oltre 150.000 persone uccise nel conflitto. Più di 14,6 milioni di sfollati interni — la più grande crisi di displacement al mondo. Oltre 5 milioni in condizioni di emergenza alimentare o carestia. Oltre la metà dei 48 milioni di sudanesi fronteggia una fame acuta. Il governo sudanese ha presentato istanza alla Corte Internazionale di Giustizia contro gli UAE per complicità nel genocidio in Darfur (marzo 2025).
Le prove del coinvolgimento emiratino nel conflitto si sono accumulate nel corso di due anni da fonti multiple e indipendenti. Un rapporto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del gennaio 2024 ha ritenuto credibili le segnalazioni di forniture d’armi UAE alle RSF, principalmente attraverso il Ciad. Amnesty International ha documentato la presenza di veicoli corazzati da combattimento di fabbricazione emiratina — i Nimr Ajban — utilizzati dalle RSF nel Darfur. I servizi di intelligence americani, secondo funzionari citati da PBS NewsHour, hanno prodotto rapporti che confermano trasferimenti di armi — tra cui droni cinesi, mitragliatrici, missili Kornet e artiglieria — dalla seconda metà del 2024. In ottobre 2025, Wall Street Journal ha riportato un ulteriore aumento delle forniture di droni cinesi e altri sistemi d’arma.
Il Sudan ha preso contro gli UAE la più grave accusa di diritto internazionale: la violazione della Convenzione sul genocidio del 1948, portando il caso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia.
— European Centre for Democracy and Human Rights, ECDHR, 2025
Le vie di rifornimento sono elaborate e difficili da tracciare: passano attraverso la Libia di Haftar — alleato di Abu Dhabi —, il Ciad, l’Uganda e il Sudan del Sud. La base di Amdjarass, in territorio ciadiano vicino al confine sudanese, è stata identificata come snodo logistico chiave. L’analisi satellitare mostra un pattern di costruzione dell’airfield che ricorda le basi che gli UAE avevano precedentemente espanso in Libia orientale per supportare le forze di Haftar. Nel maggio 2025, sul terreno in Darfur sono stati trovati mercenari colombiani con visti di uscita dagli UAE: prove di un sistema di reclutamento internazionale orchestrato da Abu Dhabi.
Gli UAE negano categoricamente ogni coinvolgimento. Anwar Gargash, consigliere diplomatico del presidente, ha definito le accuse “fake news”. Abu Dhabi ha organizzato, con una certa ironia diplomatica, una conferenza umanitaria per il Sudan nel febbraio 2025, durante la quale il Segretario Generale dell’ONU ha implicitamente richiesto la fine del flusso di armi — commento largamente percepito come indirizzato proprio agli Emirati.
Sezione 04
Il Sudan non è un caso isolato. È il nodo più visibile di una rete di influenza emiratina che si estende su tutta la fascia sub-sahariana e nordafricana, seguendo una logica coerente: controllo delle vie marittime, accesso alle risorse minerarie, contrasto ai movimenti islamisti, creazione di governi e fazioni amiche.
In Libia, gli UAE hanno sostenuto il generale Khalifa Haftar dalla metà degli anni Dieci, fornendogli supporto aereo, armamenti sofisticati e finanziamento per mercenari durante l’offensiva del 2019 su Tripoli. L’obiettivo dichiarato era impedire a una Libia a guida islamista di consolidarsi sulle rive del Mediterraneo; l’obiettivo reale includeva anche il controllo dei giacimenti petroliferi della Cirenaica e l’accesso a un gateway sul Mar Mediterraneo.
In Etiopia, gli UAE hanno fornito droni Bayraktar nel conflitto del Tigray (2020–2022), contribuendo a spostare l’equilibrio militare a favore del premier Abiy Ahmed. In cambio, Addis Abeba ha firmato accordi marittimi con Abu Dhabi nel 2023 e nel 2024, consentendo a DP World di sviluppare il porto di Berbera in Somaliland — una mossa che ha scatenato tensioni acute con la Somalia, che considera il Somaliland territorio proprio. Nel giugno 2023, gli UAE hanno condotto la loro prima operazione militare cinetica nel paese — un attacco con drone contro un villaggio jihadista in Somalia.
Il denominatore comune di questa rete è il controllo delle rotte marittime, in particolare del corridoio Mar Rosso–Oceano Indiano occidentale. Chiunque controlli i porti e le basi lungo questa fascia — dalla Penisola Arabica fino al Corno d’Africa e al Golfo di Aden — controlla una delle arterie commerciali più vitali del pianeta. Gli UAE, attraverso DP World, hanno già accumulato concessioni portuali in oltre 60 paesi. La componente militare completa la strategia: senza sicurezza, gli investimenti non reggono; senza investimenti, la sicurezza non ha senso economico.
Sezione 05
Comprendere le motivazioni dell’interventismo emiratino richiede di superare le spiegazioni monocausali. Non si tratta solo di religione, né solo di risorse, né solo di potere puro. È una combinazione strutturata di obiettivi che si intrecciano e si rafforzano reciprocamente.
Prima motivazione: l’anti-islamismo come ideologia di stato. Dalla Primavera Araba in poi, Abu Dhabi ha trasformato la lotta contro i movimenti islamisti — in particolare i Fratelli Musulmani e le loro affiliate — in un principio organizzante della propria politica estera. Questa non è solo realpolitik: la leadership emiratina percepisce genuinamente questi movimenti come una minaccia esistenziale ai regimi monarchici del Golfo. Come hanno sottolineato analisti dell’Atlantic Council, l’esercito sudanese ha storicamente legami profondi con l’islam politico risalenti all’era Bashir: appoggiarsi alle RSF è anche un modo per evitare che Khartoum diventi una capitale a guida islamista.
Seconda motivazione: le risorse naturali. Il Sudan possiede il 49% delle sue esportazioni in oro. Nel 2024, quasi il 97% dell’oro sudanese esportato ufficialmente — per un valore di 1,52 miliardi di dollari — è andato agli UAE. Hemedti e le RSF controllano le miniere d’oro del Darfur e del Kordofan. Prima del conflitto, Dubai era già la principale destinazione del contrabbando d’oro sudanese. Questa catena — oro estratto, oro contrabbandato, oro riciclato a Dubai — è al cuore dell’interesse emiratino nel mantenere le RSF in una posizione di forza. A questo si aggiunge il progetto — poi naufragato nel novembre 2024 — di investire 8 miliardi di dollari nel porto sudanese di Abu Amama sul Mar Rosso.
Terza motivazione: il controllo delle rotte marittime e l’influenza geostrategica. Il Sudan si affaccia sul Mar Rosso per circa 800 chilometri. Chiunque controlli Sudan controlla una fetta cruciale di quello che gli analisti chiamano il “corridoio Red Sea–Corno d’Africa”. Una prospettiva ribadita da Charles Ray, ex ambasciatore USA e chair dell’Africa Program al Foreign Policy Research Institute: “Chiunque controlli il Sudan è in posizione di influenzare la regione più ampia, nel Corno d’Africa come nell’Africa sub-sahariana.”
Piccoli per dimensioni ma enormemente ricchi, gli Emirati sostengono una rete di fazioni attraverso la regione per diffondere la propria influenza. Un’ambizione imperiale in miniatura.
— Hamid Khalafallah, Sudan researcher & policy analyst
Quarta motivazione: la neutralizzazione dell’Iran. Abu Dhabi considera Teheran — con i suoi proxy Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano, le milizie in Iraq — la principale minaccia alla propria sicurezza. Garantire che il Sudan non diventi una base navale iraniana (richiesta che Teheran aveva avanzato sotto diversi governi) è uno degli obiettivi espliciti del sostegno alle RSF. Hemedti, alleato degli UAE, avrebbe certamente bloccato qualsiasi apertura verso Teheran.
Quinta motivazione: il mercato per le proprie industrie. Gli UAE esportano non solo petrolio ma anche armamenti di produzione locale (Nimr, CALIDUS), sistemi di sicurezza e, attraverso DP World, servizi logistici e portuali. L’Africa è un mercato in espansione per tutte queste categorie. I contratti militari seguono spesso alle relazioni diplomatiche costruite proprio attraverso l’intervento nei conflitti.
Sezione 06
Il coinvolgimento emiratino nel Sudan è uno dei segreti peggio custoditi della diplomazia internazionale. Eppure, per mesi — e poi per anni — le principali potenze occidentali hanno mantenuto un silenzio imbarazzato, oscillando tra la necessità di preservare l’alleanza con Abu Dhabi e la pressione crescente dell’opinione pubblica e delle organizzazioni umanitarie.
Gli UAE sono un partner strategico degli USA: nel settembre 2024, il presidente Biden ha designato gli Emirati “major defense partner” — designazione precedentemente riservata solo all’India. Nel maggio 2025, Trump ha visitato Abu Dhabi, annunciando accordi commerciali per oltre 200 miliardi di dollari. In questo contesto, la volontà di “provoquer” i partner emiratini è strutturalmente limitata.
Il Regno Unito ha subito una pressione diretta: nell’aprile 2024, gli UAE hanno cancellato incontri ministeriali con Londra, risentiti per il mancato appoggio britannico alla loro posizione in un Consiglio di Sicurezza ONU sul Sudan. La lezione era chiara: chiunque alzi la voce paga un prezzo diplomatico e commerciale.
Sul fronte interno americano, alcuni senatori — tra cui Van Hollen e Jacobs — hanno apertamente confermato le forniture di armi UAE alle RSF. Il Center for American Progress ha proposto misure concrete al Congresso per aumentare il costo politico per Abu Dhabi, incluso il possibile congelamento dei trasferimenti di armi americane agli UAE. Le sette società sanzionate dal Tesoro USA avevano tutte sede negli Emirati: un indizio imbarazzante per un paese che nega qualsiasi coinvolgimento.
A livello regionale, la postura degli UAE ha cominciato a produrre fratture anche con i tradizionali alleati del Golfo. Nella prima metà del 2026, la rivalità tra Arabia Saudita ed Emirati — già manifesta in Yemen, dove le forze filo-Abu Dhabi del STC hanno tentato di prendere il controllo di governatorati chiave — si è estesa al teatro del Mar Rosso. Riyadh ha avviato una propria offensiva diplomatica per limitare la logistica Emiratina verso le RSF sudanesi, coordinandosi con l’Egitto e cercando di bloccare l’uso dello spazio aereo per i voli cargo sospetti.
Gli Emirati Arabi Uniti sono davvero un miracolo: quello della volontà politica, dell’investimento strategico e della capacità di trasformare una realtà desertica in una potenza globale in meno di sessant’anni. La loro storia è genuinamente straordinaria, e il loro contributo allo sviluppo economico di interi paesi — dall’Etiopia all’Egitto — non è privo di sostanza.
Ma il prezzo di questa potenza, sempre più evidente, è pagato da altri. In Sudan, oltre 150.000 persone sono morte in una guerra che le intelligence di mezzo mondo attribuiscono anche all’interventismo emiratino. In Libia, anni di sostegno ad Haftar hanno contribuito a congelare un conflitto che avrebbe potuto risolversi prima. Nella regione del Mar Rosso, la competizione tra Abu Dhabi e le altre potenze regionali produce instabilità crescente.
La risposta alla domanda “cosa vogliono gli Emirati?” non è semplice, ed è sbagliato ridurla a una sola variabile. Non esportano la religione — anzi, combattono i movimenti islamisti. Non perseguono solo il profitto economico — anche se l’oro sudanese e i porti africani hanno un peso enorme. Cercano potere, sì, ma un tipo specifico di potere: quello di un piccolo stato che si comporta da grande potenza, costruendo sfere d’influenza in assenza di una profondità strategica geografica. È l’ambizione di un paese che sa di essere vulnerabile — circondato da vicini più grandi, dipendente dagli USA per la sicurezza, privo di popolazione numerosa — e che cerca nell’estensione della sua rete di alleanze e proxy la garanzia della propria sopravvivenza.
La domanda che la comunità internazionale — e in particolare l’Europa — deve porsi non è solo “cosa vogliono gli Emirati?”, ma “fino a quando e a quale prezzo siamo disposti a ignorarlo?”. Il silenzio dei governi occidentali di fronte alle prove documentate del ruolo emiratino in Sudan non è una posizione neutrale: è una complicità silenziosa, che porta il nome di realpolitik ma che ha il volto dei profughi di Darfur.
Nota editoriale: Questo articolo è basato su fonti aperte verificabili — rapporti ONU, valutazioni di intelligence USA declassificate, documenti Amnesty International, Atlantic Council, PBS NewsHour, CNN, Middle East Eye, Wall Street Journal, European Council on Foreign Relations e Congressional Research Service. Gli UAE negano categoricamente ogni forma di supporto militare alle RSF in Sudan. Il giornalismo d’inchiesta su questo tema è in continua evoluzione. About Magazine si impegna a seguire gli sviluppi futuri con il medesimo rigore documentario.