Il Petropresidente: quando il business personale diventa politica estera

Il termine "petropresidente" non è un'iperbole giornalistica: è la definizione che Paul Krugman, economista premio Nobel, ha coniato per descrivere Donald Trump nel suo recente articolo su Substack. Un presidente la cui politica energetica, secondo Krugman, "può essere vista come ciò che il principe bin Salman farebbe se fosse al comando. E forse lo è davvero."

I numeri parlano chiaro. Durante la sua prima visita ufficiale nella regione del secondo mandato, Trump ha annunciato accordi per oltre mille miliardi di dollari con i Paesi del Golfo. L'Arabia Saudita da sola ha promesso investimenti per 600 miliardi di dollari, poi aumentati a un trilione su pressione dello stesso Trump. Gli Emirati Arabi Uniti si sono impegnati per 1,4 miliardi di dollari in dieci anni, mentre il Qatar ha offerto il proprio piano di investimenti. In totale, i tre Paesi hanno promesso un impegno a lungo termine di 3,2 trilioni di dollari negli Stati Uniti.

Investimenti dal Golfo
$3.200 miliardi
L'impegno totale a lungo termine di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar negli Stati Uniti, promesso durante le visite di Trump nella regione nel 2025.

Ma questi accordi non sono semplici intese tra Stati sovrani. Sono transazioni che intrecciano inestricabilmente gli interessi nazionali americani con quelli personali della famiglia Trump. La Trump Organization, l'impero immobiliare del presidente gestito formalmente dai figli Eric e Donald Jr., ha in corso sei progetti con società immobiliari saudite. Due Trump Tower sono previste a Riad e Gedda, con un valore complessivo di oltre un miliardo di dollari. Progetti simili sono in sviluppo in Qatar, negli Emirati e in Oman.

Questa aperta commistione di geopolitica e interessi personali rompe con le consolidate consuetudini americane. — Wall Street Journal

Il caso più emblematico del conflitto di interessi è forse il "regalo" del Qatar: un Boeing 747-8 del valore stimato di 400 milioni di dollari, destinato a sostituire l'Air Force One e poi a restare a disposizione della Donald J. Trump Presidential Library. Secondo la Casa Bianca, non ci sarebbe alcun conflitto di interessi. Ma secondo i rapporti di divulgazione finanziaria che Trump è tenuto a presentare per legge, il presidente beneficia ancora personalmente della maggior parte di queste imprese.

I miliardi che comprano la politica: l'impero Kushner e il fondo saudita

Se gli affari diretti di Trump con il Golfo sollevano interrogativi, quelli di Jared Kushner – genero del presidente, marito di Ivanka e consigliere chiave durante il primo mandato – sono ancora più rivelatori. Immediatamente dopo aver lasciato l'amministrazione Trump nel 2021, Kushner ha fondato Affinity Partners, un fondo di private equity che ha raccolto oltre tre miliardi di dollari, di cui due miliardi provenienti direttamente dal fondo sovrano dell'Arabia Saudita.

Un'inchiesta della commissione Finanze del Senato statunitense ha rivelato dati sconvolgenti: dalla fine dell'amministrazione Trump fino alla metà del 2024, Affinity Partners ha ricevuto 157 milioni di dollari in commissioni da clienti stranieri, di cui 87 milioni dal governo saudita, pur non generando alcun ritorno sugli investimenti e pagando zero guadagni agli investitori.

Il caso Affinity Partners

I fatti emersi dall'inchiesta del Senato USA:

  • $3 miliardi raccolti da fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati
  • $2 miliardi solo dall'Arabia Saudita
  • $157 milioni in commissioni ricevute senza generare profitti per gli investitori
  • $87 milioni pagati dal governo saudita in commissioni
  • Investimenti in società israeliane del settore difesa e armamenti

La domanda che pose il Senato è diretta e inquietante: che cosa ottengono allora i finanziatori che hanno investito nel fondo di Kushner? E chi ne facilita i progetti? Gli investimenti di Affinity in Israele – inclusa una quota del 15% nell'unità di servizi automobilistici del gruppo israeliano Shlomo, che controlla anche le Israeli Shipyards (unico costruttore navale nazionale per la marina israeliana) – gettano una luce sinistra su come il denaro del Golfo possa tradursi in influenza strategica nella regione.

La guerra in Iran: follow the money verso il conflitto

Il 15 marzo 2026, quando Trump ordinò l'attacco su larga scala contro l'Iran, il Washington Post rivelò un dettaglio cruciale: l'operazione militare era stata preceduta da settimane di intense pressioni diplomatiche non solo da Israele, ma anche dall'Arabia Saudita. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva effettuato molteplici telefonate private a Trump nel mese precedente, caldeggiando un'azione militare statunitense.

"Quando risali alle decisioni fino alla loro fonte, il modello è semplice", scrive Krugman. "Segui il denaro e gli incentivi, non gli slogan." L'Arabia Saudita, che aveva combattuto più duramente di qualsiasi altro Paese per bloccare e ritardare l'azione climatica internazionale, ora spingeva per una guerra che avrebbe inevitabilmente rafforzato la dipendenza globale dal petrolio e fatto salire i prezzi del greggio.

Vendite di armi USA-Arabia Saudita
$142 miliardi
Il valore del pacchetto di armi che gli Stati Uniti hanno accettato di vendere all'Arabia Saudita nel maggio 2025, definito dalla Casa Bianca "il più grande accordo di cooperazione in materia di difesa" mai stipulato da Washington.

Le conseguenze della guerra si sono manifestate rapidamente. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa normalmente la maggior parte del petrolio e gas mediorientale verso i mercati mondiali, è stato di fatto chiuso dal rischio di attacchi iraniani. L'ambasciata americana in Arabia Saudita è stata colpita da due attacchi di droni. Aeroporti a Dubai, Abu Dhabi e Doha sono stati attaccati. Decine di migliaia di americani sono rimasti bloccati nella regione.

"Trump e soci sono chiaramente andati in guerra senza un piano", ha scritto Krugman in un articolo successivo intitolato "Reality Sets In on Trump's New War". Ma la realtà è forse più cinica: quando si seguono i flussi di denaro, emerge un quadro in cui la guerra serve molteplici interessi convergenti – petroliferi, industriali militari, geopolitici del Golfo – tutti perfettamente allineati con l'arricchimento personale della famiglia presidenziale.

Il blocco climatico: l'Arabia Saudita come "palla demolitrice" globale

Ma l'influenza del denaro petrolifero del Golfo non si ferma alla politica estera e militare. Si estende profondamente nella politica energetica e climatica, dove l'Arabia Saudita ha agito per decenni come quella che gli esperti chiamano una "wrecking ball diplomatica" – una palla demolitrice nei negoziati internazionali sul clima.

Alla COP28 di Dubai nel 2023, per la prima volta nella storia delle conferenze ONU sul clima, i combustibili fossili furono finalmente menzionati nel documento conclusivo, con un impegno dei Paesi a "transitare via" (transitioning away) da essi entro il 2050. Era un risultato storico, ottenuto dopo decenni di resistenza da parte dei Paesi produttori di petrolio. Ma quello che doveva essere un punto di svolta si è rivelato l'inizio di una controffensiva orchestrata.

Per decenni, l'Arabia Saudita ha combattuto più duramente di qualsiasi altro Paese per bloccare e ritardare l'azione climatica internazionale – una 'palla demolitrice' diplomatica che dice che abbandonare i combustibili fossili è una fantasia. — Paul Krugman

Alla COP29 di Baku nel 2024, l'Arabia Saudita – parlando a nome del Gruppo negoziale dei Paesi arabi – ha fatto ostruzionismo sistematico sia al tavolo del Mitigation Work Program sia a quelli sull'attuazione della Global Stocktake. Riad ha rifiutato che si discutesse di riduzione delle emissioni, sostenendo che ci si dovesse concentrare solo sulla finanza climatica. Il risultato? L'accordo finale sulla mitigazione era paradossalmente vuoto di qualsiasi contenuto concreto sulla riduzione delle emissioni.

Alla COP30 di Belém, Brasile, nel novembre 2025, la situazione è ulteriormente peggiorata. Nonostante 86 Paesi – incluse molte nazioni europee – chiedessero una roadmap per l'uscita dai combustibili fossili, il fronte dei petro-Stati guidato da Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti e altri produttori ha mantenuto una posizione compatta. Il risultato finale? Un testo di compromesso che "evita accuratamente di prendere un impegno chiaro sull'eliminazione dei combustibili fossili" e in cui ogni riferimento ai combustibili fossili è stato cancellato dall'accordo nelle ultime ore del vertice.

Il manuale saudita per bloccare l'azione climatica

Oltre una dozzina di tattiche ricorrenti documentate dai negoziati ONU:

  • Contestare gli ordini del giorno per impedire discussioni sui fossili
  • Negare il mandato di discutere la fine dei combustibili fossili
  • Legare l'adattamento climatico a risarcimenti per mancate vendite di petrolio
  • Impedire i negoziati virtuali durante la pandemia
  • Annacquare i rapporti scientifici dell'IPCC
  • Bloccare ogni riferimento al phase-out delle fossili negli accordi finali

La strategia saudita, secondo gli esperti, è chiara e cinica: rallentare la transizione globale quanto più possibile, mentre si decarbonizza il consumo interno (con investimenti massicci in rinnovabili domestiche per ridurre il consumo locale di petrolio) e si vende ogni singolo barile possibile finché il mondo continuerà a comprarlo. È una tattica del "tridente": rallentare, decarbonizzare casa propria, capitalizzare all'estero.

Trump e la guerra alle rinnovabili: quando la politica energetica diventa sabotaggio

Se l'Arabia Saudita blocca l'azione climatica a livello internazionale, l'amministrazione Trump la sta smantellando dall'interno negli Stati Uniti. La politica energetica della seconda amministrazione Trump rappresenta il più ampio programma di deregolamentazione ambientale della storia americana e un attacco frontale alla transizione energetica.

Il primo atto simbolico è stato il ritiro degli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi, avvenuto il giorno stesso dell'insediamento. Ma l'assalto alle rinnovabili è stato molto più sistematico e devastante. Il "One Big Beautiful Bill Act", approvato il 4 luglio 2025, ha tagliato centinaia di miliardi di dollari di incentivi fiscali per le energie rinnovabili, smantellando i crediti d'imposta contenuti nell'Inflation Reduction Act del 2022 di Biden.

Tagli alle rinnovabili
$15+ miliardi
L'ammontare dei fondi tagliati dalla proposta di bilancio federale Trump per il 2026 destinati a energie rinnovabili, carbon capture e mobilità elettrica, su un totale di $163 miliardi di tagli alla spesa non militare.

I crediti d'imposta per investimento e produzione di energia eolica e solare sono stati drasticamente ridotti nei tempi di ammissibilità. Progetti che avrebbero avuto tempo fino al 2029 o 2030 ora devono essere completati entro il 31 dicembre 2027. È stata cancellata integralmente la dotazione prevista dal Bipartisan Infrastructure Law del 2021, simbolo della politica industriale "verde" dell'amministrazione Biden.

Ma il taglio degli incentivi è solo la punta dell'iceberg. Trump ha introdotto ordini esecutivi per sospendere approvazioni, permiti e prestiti per tutti i progetti di energia eolica sia onshore che offshore. Ha interrotto lo sviluppo del parco eolico offshore Empire Wind 1 a New York. Ha aperto ampie zone di territorio federale a trivellazioni e attività minerarie. Ha dichiarato un'emergenza energetica nazionale per accelerare l'esplorazione e la produzione di fonti fossili.

In un atto di orwelliana riscrittura della realtà, Trump ha persino "trasformato" il carbone in una fonte "pulita" attraverso un ordine esecutivo dell'8 aprile 2025, classificandolo come "minerale" perché beneficiasse delle semplificazioni per l'industria estrattiva. Doug Burgum, Segretario degli Interni ed ex governatore del North Dakota, ha promosso esplicitamente il carbone come "risorsa fondamentale" e ha persino chiesto al governo di ripagare le aziende di combustibili fossili per i progetti annullati.

L'influenza dell'industria fossile nell'amministrazione Trump

Secondo un rapporto di organizzazioni ambientaliste:

  • $96 milioni versati da donatori dell'industria fossile alla campagna elettorale di Trump e gruppi affiliati
  • $11,8 milioni contribuiti alle spese della seconda cerimonia di insediamento
  • 43 su 111 alti funzionari nominati in nove agenzie chiave sono ex dipendenti dell'industria dei combustibili fossili
  • Almeno 96 milioni di dollari di donazioni dirette hanno influenzato le nomine

Le conseguenze sono drammatiche. Secondo il progetto Repeat della Princeton University, per effetto del One Big Beautiful Bill Act, i costi energetici domestici aumenteranno di 165 dollari nel 2030 e di oltre 280 dollari entro il 2035. La capacità solare aggiuntiva si contrarrà di 29 gigawatt entro il 2030 e di quasi 140 GW entro il 2035. Quella eolica di 43 GW entro il 2030 e di 160 GW entro il 2035.

L'Energy Information Administration degli Stati Uniti prevede che le emissioni di CO₂ relative all'energia negli Stati Uniti aumenteranno dell'1% nel 2025, con il carbone che costituisce la maggior parte dell'aumento. Un terremoto che arriva mentre l'International Renewable Energy Agency lancia un messaggio chiaro: fotovoltaico ed eolico onshore costano fino al 53% in meno rispetto ai combustibili fossili.

Il cerchio si chiude: petrolio, guerra e profitto

Quando si collegano tutti i punti, emerge un quadro coerente e inquietante. L'Arabia Saudita e gli altri petro-Stati del Golfo investono miliardi nell'impero immobiliare della famiglia Trump. Il fondo di Kushner riceve due miliardi di dollari dal fondo sovrano saudita. Trump smantella sistematicamente le politiche climatiche e gli incentivi alle rinnovabili americane. L'Arabia Saudita blocca ogni accordo internazionale significativo sull'uscita dai fossili.

Quando l'Arabia Saudita chiama Trump per premere per una guerra contro l'Iran, il presidente ordina l'attacco. La guerra chiude lo Stretto di Hormuz, interrompendo le forniture di petrolio e gas. I prezzi del greggio salgono. L'Arabia Saudita aumenta la produzione e le esportazioni dalle rotte alternative. I profitti petroliferi del regno esplodono. Gli affari della famiglia Trump nei Paesi del Golfo prosperano.

La politica energetica di Trump può essere vista come ciò che il principe bin Salman farebbe se fosse al comando. E forse lo è davvero. — Paul Krugman, Premio Nobel per l'Economia

Non è una teoria del complotto. Sono fatti documentati, transazioni pubbliche, nomine verificabili, conflitti di interesse dichiarati nei rapporti finanziari obbligatori. È il funzionamento di un sistema in cui il denaro petrolifero compra accesso, influenza e politiche favorevoli a livello globale, mentre chi dovrebbe governare nell'interesse pubblico si arricchisce personalmente attraverso accordi con gli stessi governi stranieri le cui agende politiche sta implementando.

Come ha sottolineato Krugman, l'Arabia Saudita è "altrettanto draconiana religiosamente quanto l'Iran. Anche lì le donne sono costrette a indossare l'hijab." Eppure l'Arabia Saudita è l'alleato privilegiato, l'Iran il nemico da annientare. "Perché alla fine della giornata", scrive un commentatore nel dibattito pubblico, "si tratta di soldi, non di moralità."

E non dimentichiamo: 15 dei 19 terroristi dell'11 settembre erano sauditi. Il cervello era saudita. Il denaro era saudita. Eppure l'unico volo autorizzato a lasciare il suolo americano quel giorno aveva membri della famiglia reale saudita a bordo. La relazione speciale continua, impermeabile ai fatti, immune alla logica, spiegabile solo attraverso una lente: follow the money.

Conclusione: il costo reale del petropresidente

Mentre il Medio Oriente brucia, mentre le emissioni globali continuano ad aumentare, mentre la finestra per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C si chiude rapidamente, la domanda non è se Trump sia tecnicamente colpevole di conflitto di interessi – una questione legale che probabilmente non verrà mai risolta definitivamente dato che non esiste una legge specifica sul conflitto di interessi presidenziale negli Stati Uniti.

La domanda vera è più semplice e più devastante: in un sistema in cui i leader politici possono arricchirsi personalmente attraverso accordi con governi stranieri i cui interessi stanno servendo, chi governa davvero? E nell'interesse di chi?

Nota etica: Questo articolo si basa su fatti documentati da fonti giornalistiche verificate, rapporti governativi ufficiali, inchieste del Senato USA e analisi di economisti riconosciuti. Le citazioni sono attribuite alle fonti originali. L'articolo presenta una prospettiva critica basata sull'analisi di fatti pubblici e non costituisce un'accusa legale di crimini specifici, ma una valutazione giornalistica di conflitti di interesse apparenti e dell'influenza del denaro petrolifero sulla politica.

Paul Krugman ha descritto la situazione come ciò che accade quando "si risale alle decisioni fino alla loro fonte: il modello è semplice. Segui il denaro e gli incentivi, non gli slogan." È un invito all'onestà intellettuale, a guardare oltre la retorica della sicurezza nazionale, della lotta al terrorismo, dell'energia per l'indipendenza americana.

Quando seguiamo davvero il denaro – dai miliardi del Golfo che affluiscono nelle casse della famiglia Trump, attraverso le nomine di ex dirigenti petroliferi in posizioni chiave del governo, fino alle politiche che sistematicamente favoriscono i combustibili fossili mentre sabotano le rinnovabili e ignorano la crisi climatica – il quadro che emerge non è quello di un presidente che mette l'America al primo posto, ma di un sistema in cui gli interessi privati e quelli del petrolio globale convergono a spese del bene pubblico e del futuro del pianeta.

Il "petropresidente" non è solo un neologismo giornalistico acuto. È la descrizione accurata di una realtà in cui il denaro del petrolio ha comprato non solo accesso e influenza, ma la stessa politica di una superpotenza globale. E mentre il prezzo viene pagato in vite umane nel Medio Oriente e in danni climatici irreversibili in tutto il mondo, qualcuno, da qualche parte, sta contando profitti record. Questo è il vero costo del petropresidente.